Intervista su donne e violenza a cura di Isabella Faggiano.
La notte di Natale il Papa ha subito un’aggressione. Rispetto alle precedenti, esempio quella ai danni del Premier, l’aggressore è una donna e l’aggressione si è svolta in luogo chiuso, addirittura in un luogo sacro da molti considerato estremamente sicuro.
La donna è stata sempre vista e dipinta come vittima di aggressione. Questa volta ne è l’artefice. Crede che ci siamo un capovolgimento dei ruoli? Che questo sia dovuto al fatto che oggi la donna occupi nella società un posto diverso? Identità che si mischiano e confondono? O semplicemente un caso?
In merito alla vicenda da lei citata, quella della presunta aggressione del Papa, ci tengo a chiarire che non apprezzo lo sciacallaggio che spesso si verifica in questi casi ai danni di persone di cui, nella maggior parte dei casi, non si conosce ne la storia ne la realtà psicologica e personale. Per quello che c’è dato sapere della vicenda la donna in questione ha dichiarato di non avere avuto nessuna intenzione aggressiva nei confronti del Papa e di essere stata mossa nel suo gesto esclusivamente da un intento di avvicinamento.
Pertanto credo che sia opportuno, se vogliamo utilizzare questa vicenda come spunto di riflessione, di discutere a carattere generale, immaginando quali possano essere le motivazioni di una tensione non benevola, consapevole o meno, da parte di una donna verso il capo della Chiesa, o più in generale verso il potere maschilista.
Per entrare nel merito dobbiamo analizzare la struttura della Chiesa, che nel tempo dimostrato una forte misoginia, dove la donna è stata spesso sottoposta ad importanti svalutazioni, umiliazioni, dove ancora oggi non ha accesso a cariche istituzionali riservate esclusivamente ai maschi.
L’origine di questo trattamento discriminatorio nei confronti della donna è molto antica, nella nostra cultura risale ai tempi del paganesimo, ed è stata tramandata nel corso del tempo anche nella cultura della Chiesa, dove nei suoi libri di riferimento come il vecchio testamento viene descritta anche come impura, spesso in relazione alla sua condizione procreatrice.
La struttura della Chiesa si è sviluppata secondo basi maschiliste, dove la donna avuto sempre ruoli secondari, percorrendo quel motivo relazionale che vede l’uomo impaurito dalla figura femminile, caratteristico di una fase evolutiva nella quale la donna rappresenta un pericolo per la struttura immatura di un maschio la cui natura eterosessuale stabile non si è ancora formata. Si è parlato d’invidia dell’utero in contrapposizione alla freudiana invidia del pene, dove il maschio teme la fertilità della donna come potenza capace di scalzarne le sue prerogative d’identità. Per questo si vengono a creare strutture maschili profondamente omosessuali nelle quali stabilisce un forte potere gerarchico con a capo un padre padrone assoluto che cerca di stabilire con la forza la legittimità del potere maschile immaturo, sottomettendo la donna, legandola a ruoli di passività e negandole ogni condizione paritaria.
”La donna è un errore della natura [...] con la sua eccessiva secrezione di liquidi e la sua bassa temperatura essa è fisicamente e spiritualmente inferiore [...] è una specie di uomo mutilato, fallito e mal riuscito [...] la piena realizzazione della specie umana è costituita solo dall’uomo”, scrive Tommaso d’Aquino, santo e dottore della chiesa. “La donna è un essere inferiore, che non fu creato da Dio a Sua immagine. Secondo l’ordine naturale, le donne devono servire gli uomini.”, è questa invece la chicca di Agostino, santo e filosofo. In questo clima di forte discriminazione verso la figura femminile possiamo leggere una tensione aggressiva, seppur spesso solo fantasticata, di reazione della donna verso il potere maschilista.
Quindi se vogliamo leggere l’emblema della vicenda di cronaca spunto di questo articolo, possiamo immaginare una tensione femminile di contrasto verso l’azione discriminatoria da parte del maschio, in questo caso il capo assoluto di una struttura fortemente gerarchica e con grande potere spirituale, sociale e culturale, che risulta coerente reazione alle vicende storiche di relazione portate avanti nel tempo nei confronti della figura femminile. E siccome “le vie della psiche sono infinite”, ma portano sempre al dolore irrisolto, possiamo concludere l’analisi del caso raffigurandoci una donna, ovviamente diversa dalla protagonista reale del fatto, che possa confondere desiderio di avvicinamento e aggressività, ed agire scompostamente dando però un segnale del conflitto esiste in lei, nato da millenni di sottomissione e aggressione da parte della forza bruta del potere maschile immaturo, che l’ha eletta a vittima della sua misoginia.
Secondo la sua esperienza l’aggressività femminile può sviluppare conseguenze più gravi di quella maschile?
L’aggressività è una reazione legata ad una condizione di sofferenza, spesso pregressa e non risolta. Quindi tutte le persone che subiscono violenza, sia fisica che psicologica, sono in condizione di poter reagire aggressivamente.
Non esistono differenze di genere nell’aggressività, uomini e donne reagiscono nella medesima modalità qualora non riescono più a tenere i limiti del conflitto e della paura. L’unico limite e quello delle regole sociali che spesso concedono all’uomo maggiore libertà di reazione aggressiva.
La diffusione di notizie del genere crea un rischio di emulazione?
Il rischio di emulazione di azioni violente in seguito alla diffusione delle notizie di tali eventi credo che questo sia abbastanza marginale, pur considerando che il desiderio esibizionistico legato ad alcuni modelli culturali, come quello in cui siamo immersi in questa fase storica, possa determinare azioni legate ad esigenze di protagonismo, in soggetti con problematiche narcisistiche, per altro spesso simili a quelle degli aggrediti. Quello che infatti bisogna chiarire è che alla base di eventi di questo genere esiste il rapporto malato tra potere e sottomessi. Quando il potere agisce non su basi di legittimazione autorevole, di riconoscimento sociale basato sul rispetto delle regole condivise, di partecipazione democratica, si rompono gli equilibri spesso molto delicati che regolano i rapporti sociali.
Un potere che si legittima su un modello irrazionale legato all’affettività, all’emotività di carattere religioso e spirituale, alla supposizione irrazionale di superiorità, piuttosto che alla condizione opportuna di amministrazione corretta di una struttura sociale, questo genera inevitabilmente sentimenti contrastanti di odio-amore che possono creare reazioni impulsive anche aggressive.
Legge Basaglia: la chiusura dei manicomi ha aumento questi episodi? Esiste un problema sicurezza?
In merito alla legge Basaglia ci tengo a dire che questa normativa rappresenta la massima espressione a carattere legislativo per la regolazione dei rapporti tra società e salute mentale. Il riconoscimento della dignità del malato e la sua non costrizione su basi discriminatorie è stato un passo fondamentale della nostra cultura. I continui attacchi che vengono svolti verso la legge 180 sono realizzati in base ad interessi economici e politici, rafforzati da una sempre più carente cultura del rispetto dell’altro spinta da falsi bisogni di sicurezza che nascondono disagio di carattere economico, sociale e culturale. La legge Basaglia, quando applicata correttamente, ha dato dei risultati eccezionali per quanto riguarda la reintegrazione del malato mentale nel contesto sociale.
Purtroppo fa comodo a molti creare dei bersagli, che siano essi i malati mentali, gli extracomunitari, gli omosessuali, insomma i diversi, su cui scaricare le colpe di una situazione fallimentare a livello politico, culturale, sociale ed economico. Sarebbe molto interessante, cosa che io propongo da diversi anni, di fare un’indagine sul rapporto tra aggressione e violenza generata da persone con disagio mentale e la loro confluenza in programmi terapeutici basati sul modello psichiatrico classico e sulla psicofarmacologia.
E comunque la storia c’insegna anche se spesso ce ne dimentichiamo, che la maggior parte dei delitti, delle aggressioni, vengono commesse da persone considerate sane di mente, come le violenze sulle donne e su tutti i soggetti deboli della società. A meno che non si voglia utilizzare lo squallido stratagemma, sempre più presente nel panorama mediatico attuale, di definire ogni aggressore, soprattutto verso il potere, un malato di mente, cioè uno che non sa quello che fa, perché “Non è possibile aggredire il potere se non si è pazzi”…
Chi aggredisce lo fa in preda a un raptus? Se in alcuni casi si, una persona dotata di un arma finirebbe per utilizzarla? Anche la donna che ha aggredito il Papa avrebbe potuto farlo?
Per quanto riguarda la possibilità che un’aggressione diventi cruenta fino all’assassinio di questo dipende da molte condizioni. Sostanzialmente quando viene creato, a livello mentale e psicologico, un obiettivo nel quale si identifica una minaccia assoluta della propria identità, stabilità e sicurezza, allora l’obiettivo perde le caratteristiche di umanità, di confluenza con il se, e può essere eliminato con maggiore facilità. E anche questo non ha differenza di genere tra uomo e donna.